Scrivo da Muggiano, e vi scrivo perché a un certo punto non basta più commentare tra noi, scuotere la testa, dire “è sempre così”. A un certo punto diventa necessario mettere nero su bianco quello che qui vediamo tutti, ogni giorno, con la stessa amarezza: i progetti annunciati, le promesse ripetute, le iniziative presentate come “presìdi” e “riqualificazioni”, finiscono troppo spesso per trasformarsi in un danno doppio. E quel doppio danno lo paghiamo noi cittadini, due volte: con le tasse e con la realtà che ci circonda.
Il primo danno è economico, ed è quello che viene sempre liquidato con la solita formula: “sono investimenti”, “sono fondi”, “è il futuro”. Benissimo. Ma qui la sensazione è che i soldi pubblici si muovano senza una logica di continuità, senza la disciplina dei tempi e senza una cura vera per ciò che resta dopo. Si finanziano interventi, si aprono cantieri, si chiude, si promette, si progetta. Poi però le cose si fermano, si spengono, si trascinano. E intanto i costi si accumulano, le scadenze si allungano, e alla fine nessuno riesce più a capire chi stia gestendo davvero cosa.
Il secondo danno, però, è quello più feroce. Perché non è un danno che si vede in un bilancio: si vede camminando per il quartiere. È il danno che lascia sul territorio quello che io chiamo, senza troppi giri di parole, i “cadaveri di cemento”. Strutture nate con un’intenzione, annunciate come opportunità, iniziate con entusiasmo istituzionale e fotografate in mille comunicati. E poi lasciate lì. Sospese. Consumate dal tempo. Vuote, chiuse, degradate. Con il risultato che invece di essere un presidio diventano un buco nero, un punto morto che attira sporcizia, vandalismi, incuria, paura.
E qui sta la cosa più grave, perché un quartiere come Muggiano non può permettersi questo tipo di dispersione. Qui un luogo funzionante è un pezzo di equilibrio sociale. Una palestra non è una palestra. Una piscina non è una piscina. Un centro sportivo non è “svago”. Sono stabilità. Sono un posto dove i ragazzi vanno invece di girare a caso. Sono un punto dove le famiglie si incontrano. Sono una routine positiva. Sono uno spazio che dà struttura a una comunità che spesso, già di suo, sente addosso la distanza dal resto della città.
Quando un servizio si interrompe per mesi, quando un progetto si arena, quando una struttura viene lasciata nel limbo, il quartiere non perde solo un’attività. Perde ossigeno. Perde un segnale di presenza. Perde una garanzia minima che lo Stato e il Comune siano qui, non solo nelle parole, ma nella realtà.
Ed è qui che mi indigno. Perché si parla tanto di “educativa di strada”, di “interventi nei quartieri”, di “presenza”, di “presìdi”, e poi ci ritroviamo con servizi essenziali che diventano intermittenti, con strutture che chiudono senza che venga spiegato chiaramente come, quando, e soprattutto cosa succede nel frattempo. Non basta dire “stiamo lavorando”. Non basta dire “è un progetto importante”. Non basta dire “ci vorrà tempo”. Il tempo, in un quartiere, non è neutro: se un luogo chiude, nel frattempo cresce il vuoto. E il vuoto, qui, non resta vuoto. Si riempie di degrado.
Vorrei che fosse chiaro un punto: nessuno sta dicendo che non si debbano fare lavori, o che non si debbano riqualificare strutture pubbliche. Anzi. Qui la gente è stanca di vedere cose vecchie, trascurate, rimandate “finché non succede qualcosa”. Ma proprio perché i lavori sono necessari, è ancora più importante pretendere una gestione seria. Perché altrimenti non è riqualificazione: è un’assenza. E l’assenza, nei quartieri, ha un costo sociale enorme.
Quello che chiediamo non è il miracolo. È il metodo. È il minimo sindacale di una città che funziona: un cronoprogramma leggibile, un responsabile riconoscibile, aggiornamenti pubblici periodici, e un piano di continuità quando un servizio viene interrotto. Non possiamo vivere di annunci. Non possiamo essere trattati come una periferia che deve solo avere pazienza, mentre la pazienza diventa rassegnazione e la rassegnazione diventa abbandono.
A noi cittadini di Muggiano rimane spesso la sensazione che l’unica cosa sempre puntuale sia la narrazione: i comunicati, le parole giuste, le iniziative presentate bene. Ma la vita di un quartiere non cambia con le parole. Cambia quando un luogo apre e funziona, quando resta aperto, quando viene manutenuto, quando viene difeso dalla logica del “poi”. E quando un progetto fallisce, non fallisce solo un progetto: lascia un segno fisico. Un peso. Un cadavere di cemento che resta lì a ricordarci che qualcuno, a un certo punto, ha smesso di prendersene cura.
Scrivo alla vostra redazione perché credo che l’Osservatorio abbia un ruolo preciso: non fare polemica, ma fare memoria. Documentare. Ricordare che dietro ogni servizio che chiude e dietro ogni struttura che si degrada non ci sono solo pratiche amministrative, ma persone. Famiglie. Ragazzi. Anziani. Residenti che pagano e aspettano.
E allora io lo dico chiaramente: Muggiano non può più permettersi progetti che iniziano con entusiasmo e finiscono in silenzio. Non può più permettersi promesse senza scadenze. Non può più permettersi di vedere crescere il degrado non perché mancano le idee, ma perché manca la responsabilità di portarle fino in fondo.
Se davvero vogliamo parlare di “presidio”, cominciamo da qui: dai servizi essenziali che devono essere continui, dai luoghi che devono essere vivi, dalle opere che non devono trasformarsi in rovine contemporanee. Perché un quartiere non si governa raccontandolo. Si governa mantenendo ciò che esiste, costruendo ciò che serve e non lasciando dietro di sé macerie.
Un cittadino di Muggiano
