Sicurezza a Muggiano: il silenzio che diventa un vantaggio per chi sbaglia

Sicurezza a Muggiano: il silenzio che diventa un vantaggio per chi sbaglia

Muggiano non è un quartiere come gli altri, e non lo diciamo per retorica. Ha una conformazione particolare, quasi “separata” dal resto della città: meno attraversamenti casuali, meno passaggi spontanei, meno movimento continuo. In teoria potrebbe essere un pregio, perché la tranquillità è uno dei motivi per cui molte persone hanno scelto di viverci. Ma proprio questa caratteristica, quando si parla di sicurezza, può trasformarsi in una fragilità.

Ci sono luoghi in cui la presenza umana è costante, dove il via vai diventa, senza volerlo, una forma di controllo naturale. E poi ci sono luoghi come Muggiano, che invece non è fatto per essere percorso da chiunque, in qualunque ora. Qui, più che altrove, il vuoto diventa spazio. E lo spazio, quando non è presidiato, può diventare occasione.

Non è un discorso teorico, né un ragionamento “da bar”. È un meccanismo semplice, quasi inevitabile: dove ci sono meno occhi, dove i percorsi sono più defilati, dove le strade finiscono e cominciano campi, dove non ci sono punti fermi di controllo, chi vuole agire male può sentirsi più libero. Non serve un’emergenza conclamata perché un territorio venga percepito come favorevole. A volte basta la sensazione concreta che qui, tutto sommato, si possa fare senza essere notati.

Ed è qui che si innesta un secondo elemento, forse il più delicato: la percezione — e spesso la realtà — di un’assenza. Non parliamo di interventi spot o di passaggi occasionali, ma di presìdi riconoscibili, di dispositivi di deterrenza, di quella trama quotidiana che in altri quartieri, nel bene o nel male, esiste. Quando questa trama manca, si crea una specie di zona grigia: non una zona franca dichiarata, ma un luogo in cui chi sbaglia sa che la probabilità di essere fermato è più bassa. E quando la probabilità si abbassa, la tentazione cresce.

A Muggiano i reati che pesano di più non sono per forza quelli eclatanti. Sono quelli che entrano nelle case e nella testa delle persone con un passo leggero, ma lasciano conseguenze lunghe. I furti, innanzitutto. Furti che spesso non fanno notizia e proprio per questo si moltiplicano nel racconto sommesso del quartiere: un box forzato, una cantina svuotata, un’auto danneggiata, un portone lasciato aperto “per un attimo” e poi la scoperta amara che quell’attimo è bastato. Episodi apparentemente piccoli, ma capaci di cambiare la serenità con cui si vive la quotidianità.

Poi ci sono i reati che colpiscono in modo più insidioso, e che, a loro modo, sono ancora più violenti: quelli contro le persone fragili. Gli anziani, le persone sole, chi vive con meno strumenti per distinguere il pericolo dall’apparenza. In questi casi non si ruba soltanto un oggetto, non si sottrae solo del denaro: si entra nel territorio più delicato, quello della fiducia. Una parola gentile, un tono sicuro, un pretesto banale, e la vittima viene portata a concedere un accesso, ad aprire una porta, a credere di avere davanti qualcuno che non rappresenta una minaccia. Sono episodi che spesso non vengono nemmeno raccontati con facilità, perché c’è vergogna, perché c’è la paura di sentirsi giudicati, perché c’è il peso di un senso di colpa che non dovrebbe esistere. Ma esiste. E resta.

In questo scenario il quartiere paga un prezzo che non si misura solo in numeri. Lo paga nel modo in cui le persone iniziano a muoversi. Lo paga quando un rientro serale diventa più rapido, quando una strada viene evitata senza motivo apparente, quando un anziano rinuncia a uscire, quando una famiglia smette di considerare certi spazi come “normali”. È così che la sicurezza diventa un tema collettivo: non perché tutti subiscono un reato, ma perché tutti, lentamente, iniziano a vivere come se potesse accadere.

E il problema vero è che questa trasformazione avviene in silenzio. Non ci sono sirene ogni notte, non ci sono scene spettacolari. C’è un’erosione. Una sottrazione progressiva di serenità. E quando accade questo, il quartiere diventa più fragile non solo verso chi delinque, ma verso il suo stesso futuro. Perché un luogo che perde fiducia in se stesso diventa meno vissuto, meno attraversato, meno “vivo”. E un luogo meno vivo è ancora più facile da colpire.

Parlare di sicurezza, allora, non significa invocare soluzioni teatrali o immaginare un quartiere militarizzato. Significa chiedere presenza. Significa pretendere attenzione. Significa capire che certi territori, proprio per come sono fatti, non possono essere gestiti con gli stessi criteri di un quartiere centrale e affollato. Muggiano non è una periferia qualsiasi: è un luogo con spazi aperti, margini ampi, confini che sfumano. Ed è proprio lì, nei confini che sfumano, che chi sbaglia trova la sua comodità.

La sicurezza non è un concetto astratto e non dovrebbe essere un tema divisivo. È un diritto di base, e allo stesso tempo è una responsabilità collettiva. Ma una responsabilità collettiva non può essere scaricata solo sui cittadini, come se bastasse “stare attenti”. La prudenza individuale è una difesa fragile, a volte persino ingiusta, soprattutto per chi è più esposto. Serve una rete: strumenti, controlli, dispositivi, e una presenza che dica chiaramente una cosa semplice: qui non si opera indisturbati.

Muggiano non può diventare quel posto in cui la tranquillità si confonde con l’abbandono. Non può essere ricordato come un quartiere ideale per chi cerca strade vuote, spazi aperti e assenza di controlli. Non è questo che merita. E non è questo che vogliamo accettare come normale.

Raccontare queste criticità non è pessimismo, né denuncia sterile. È una forma di cura. È guardare il quartiere negli occhi e dire la verità con un linguaggio pulito: ciò che non è presidiato si indebolisce, ciò che si indebolisce viene scelto. E ciò che viene scelto, prima o poi, chiede il conto.

Per questo la sicurezza deve tornare al centro non come emergenza, ma come progetto. Non come paura, ma come presenza. Non come slogan, ma come promessa concreta di una vita quotidiana che non debba più essere vissuta in difesa.

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