Muggiano ha un difetto imperdonabile: esiste lontano dai luoghi in cui Milano ama guardarsi allo specchio.
Non ha grattacieli da fotografare, piazze da inaugurare in pompa magna o grandi operazioni immobiliari da raccontare nei convegni. Ha case, famiglie, una scuola quasi centenaria, un centro sportivo, molto verde e pochi servizi. Cioè possiede tutto ciò che serve per essere un quartiere e troppo poco per diventare una priorità.
Da anni Muggiano viene amministrato per episodi. Si aggiusta qualcosa quando si rompe, si promette qualcosa quando la protesta cresce, si risponde quando il silenzio diventa imbarazzante. Manca, invece, ciò che in una città seria dovrebbe venire prima di tutto: una programmazione.
Programmare non significa compilare un elenco di buone intenzioni. Significa decidere quale futuro si vuole dare a un territorio, fissare tempi, risorse e responsabilità. Significa collegare la scuola ai trasporti, il centro sportivo alla vita del quartiere, la sanità di prossimità alla presenza di anziani e famiglie, la manutenzione del verde alla sicurezza e alla qualità degli spazi pubblici.
Un quartiere non diventa attrattivo con una panchina nuova o con un’insegna colorata. Diventa attrattivo quando una famiglia può viverci senza essere costretta a cercare altrove la scuola, il medico, un collegamento decente o un luogo in cui far crescere i figli.
L’attrattività non è marketing urbano. È fiducia.
Si resta in un quartiere quando si ha la sensazione che qualcuno ne stia costruendo il futuro. Si va via, o si decide di non arrivarci, quando ogni servizio appare provvisorio, ogni opera incerta e ogni richiesta affidata alla tenacia dei cittadini.
Muggiano non ha bisogno di essere trasformato in qualcosa che non è. Il verde, la dimensione raccolta e la sua identità sono risorse, non ostacoli. Ma non si può continuare a chiamare tranquillità ciò che spesso è isolamento, né biodiversità ciò che talvolta è semplice abbandono.
Il punto è entrare finalmente nell’agenda pubblica con la stessa dignità riservata ai quartieri su cui la città investe, pianifica e comunica.
Perché le periferie non nascono dalla distanza dal centro. Nascono quando il centro smette di occuparsene.





